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Il Tempo delle Maschere: Carnevale o un'intera vita?

25 set 2020
Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 4 giorni fa

Il Carnevale: quel momento di evasione in cui ci si diverte a giocare con le maschere, vestendo i panni dei più variopinti personaggi, proprio come facevano i teatranti dell’antichità. Ma se indossare una maschera fosse qualcosa che facciamo non soltanto a Carnevale, ma durante tutto l’anno?

Murales con un grande occhio disegnato, una ragazza appoggiata alla parete e una maschera della stessa altezza accanto a lei.


Trovo interessante che il termine latino persona fosse utilizzato per indicare le maschere che gli attori indossavano per portare sulla scena i diversi ruoli che un individuo si trovava a ricoprire. La maschera psicologica, intesa come l’immagine che mostriamo agli altri, ci porta quindi a riflettere sui ruoli che assumiamo nella vita quotidiana. «Possiamo quindi ritenere che ci mascheriamo tutto l’anno?» Secondo la lettura junghiana della Persona come maschera, potremmo dire di sì.


«Io designo con il termine Persona l’atteggiamento verso l’esterno, il carattere esteriore; con il termine anima l’atteggiamento verso l’interno».

C. G. Jung, Tipi psicologici (1921)


Riallacciandomi alle parole dell’autore, ritengo che la Persona rappresenti quell’aspetto di noi che emerge nel rapporto con gli altri e con il mondo. Parla, quindi, dei ruoli sociali che ci troviamo a ricoprire nella vita di tutti i giorni. Mascherarsi, in questo senso, non è di per sé qualcosa di negativo o patologico. Non è forse normale cambiare atteggiamento e modo di essere a seconda delle situazioni che viviamo? L’Io lavoratore, ad esempio, non è forse diverso dall’Io figlio?


Ci sono tuttavia situazioni in cui possono emergere fragilità psicologiche: quando ci identifichiamo troppo con il nostro ruolo sociale e finiamo per perdere di vista la parte più intima e personale di noi stessi.


Ai giorni nostri questo è un rischio che alberga dietro l’angolo. Viviamo nella società delle immagini, delle icone, dei corpi e dei visi “perfetti” che ci vengono continuamente riproposti dai social, dalle riviste patinate, dai film e dai programmi televisivi. Non siamo semplicemente spettatori di queste immagini: a volte finiamo per usarle come modelli con cui confrontarci, misurando il nostro valore sulla base di ideali che sembrano irraggiungibili.


In ogni ambito della vita, il messaggio che sembra arrivarci è sempre lo stesso: «Dai il massimo, sii adeguato!». Siamo influenzati dal contesto in cui viviamo; non siamo fatti soltanto di ciò che respiriamo, ma anche di quello che vediamo e ascoltiamo. La società odierna alimenta in molti di noi il bisogno di indossare una maschera per sentirsi accettati, riconosciuti e parte di qualcosa, nel timore di essere esclusi, isolati o giudicati per ciò che siamo davvero.


La maschera la cuciamo addosso, sulla nostra pelle, guidati dai nostri desideri e bisogni, dalle paure e dalle insicurezze, ma anche da ciò che pensiamo che la società si aspetti da noi. Dietro la maschera nascondiamo il nostro volto, il nostro corpo; attraverso di essa mostriamo un nuovo “noi”.


È chiaro che non nasciamo con una maschera: la costruiamo attraverso le esperienze e le relazioni che viviamo nei diversi gruppi a cui apparteniamo, dalla famiglia agli amici, dai compagni di scuola ai colleghi, e attraverso il rapporto con la cultura in cui cresciamo.


La ricerca spasmodica di un ideale da raggiungere può portarci a indossare una maschera che non si limita a coprire, ma finisce per nascondere e soffocare. E così, nel tentativo di diventare ciò che pensiamo di dover essere, rischiamo di sprofondare in quella che potremmo definire un’alienazione pirandelliana. A quel punto, ciò che doveva aiutarci a trovare un posto nel mondo rischia di allontanarci da noi stessi.


«Come sopportare in me quest’estraneo? quest’estraneo che ero io stesso per me? come non vederlo? come non conoscerlo? come restare per sempre condannato a portarmelo con me, in me, alla vista degli altri e fuori intanto della mia?»

Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila (1926)


Forse il problema non è indossare una maschera, ma dimenticare di averla indossata. Abbiamo bisogno di adattarci ai diversi ruoli della vita, ma non dovremmo perdere il contatto con quella parte di noi che esiste anche quando nessuno ci guarda.


E se, nel tentativo di essere ciò che gli altri si aspettano da noi, finissimo per smarrire una parte di noi stessi?

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