Sempre connessi, ma davvero vicini?
Aggiornamento: 6 giorni fa

Nel novembre 2025 il CNR ha presentato i primi risultati di una ricerca sulle relazioni tra adolescenti nell’era digitale. Tra i 3.068 studenti intervistati, provenienti da 25 scuole di Roma, il 45,7% ha dichiarato di riuscire a essere più sincero nelle relazioni virtuali che in quelle di persona. Un dato che fa riflettere: che cosa rende talvolta più facile raccontarsi dietro uno schermo che guardandosi negli occhi?
La tecnologia ha trasformato il mondo del lavoro, dello studio, del tempo libero e, in fondo, la nostra intera vita. Oggi è difficile immaginare di poter fare a meno di smartphone, tablet e computer. Ma l’altra faccia del progresso digitale e dell’essere sempre connessi è il rischio di rifugiarci in un mondo parallelo, prendendo le distanze dalla realtà dell’hic et nunc, a volte tanto faticosa.
Online possiamo scegliere cosa mostrare, prenderci del tempo prima di rispondere e sentirci più liberi di esprimerci. Nelle relazioni dal vivo, invece, ci confrontiamo con la presenza dell’altro e con reazioni che non sempre possiamo prevedere. Se le persone si formano anche attraverso le esperienze che attraversano, vale la pena domandarci che cosa accade quando una parte sempre più consistente della nostra vita si svolge attraverso uno schermo.
La comunicazione non passa soltanto dalle parole, ma anche dallo sguardo, dal tono della voce, dai gesti, dalla postura e dalle espressioni del volto. Quando questi segnali mancano o sono più difficili da interpretare, un messaggio su WhatsApp può essere frainteso e una relazione per noi importante può risentirne. Questo non significa che le relazioni online siano meno autentiche, ma che comunicare attraverso uno schermo cambia il modo in cui ci incontriamo e comprendiamo gli altri.
Possiamo avere molti contatti sui social e conversazioni continue, eppure sentirci soli. Quante delle persone con cui chattiamo su WhatsApp, Facebook o altri social incontriamo davvero nella nostra quotidianità? A volte può esserci una distanza dolorosa tra le relazioni che desideriamo e quelle che riusciamo concretamente e autenticamente a costruire.
C’è poi il bisogno di essere visti e apprezzati. Pubblicare una foto, aggiornare il proprio profilo, raccontare ogni spostamento, controllare i like e il numero di follower può diventare un modo per cercare conferme. «Poco interessa, l’importante sono i like». Il virtuale rischia così di trasformarsi in un palcoscenico in cui mostrare una versione di sé potenziata, mentre l’attenzione si sposta dall’incontro con l’altro al numero di apprezzamenti ricevuti. Il bisogno di riconoscimento è umano; la difficoltà può emergere quando il valore che attribuiamo a noi stessi finisce per dipendere troppo dalle reazioni degli altri.
Anche il rapporto con i social può diventare ambivalente. Secondo il 21° Rapporto Censis sulla comunicazione, il 38,1% degli italiani ha sentito almeno una volta il bisogno di prendersi una pausa dai social network. Tra le motivazioni indicate ci sono la distrazione dalle attività quotidiane e il desiderio di recuperare tempo per sé e per le attività fuori dallo schermo. Forse, a volte, sentiamo il bisogno di prendere le distanze proprio da ciò che utilizziamo per sentirci connessi.
Oggi il mondo virtuale comprende anche l’intelligenza artificiale. Possiamo porle domande, condividere dubbi e utilizzarla per mettere ordine nei pensieri o considerare una difficoltà da un’altra prospettiva. Può essere uno strumento utile, ma una risposta che appare attenta e comprensiva non equivale all’incontro con un’altra persona, con la sua esperienza e il suo punto di vista. La questione non è demonizzare la tecnologia, ma domandarci quale funzione assume nella nostra vita: ci aiuta a comprendere meglio ciò che viviamo oppure rischia, a volte, di sostituire il confronto con gli altri?
Forse vale la pena chiederci che cosa cerchiamo quando siamo connessi: vicinanza, riconoscimento, distrazione? A volte la tecnologia ci avvicina agli altri; altre volte può aiutarci a evitare un confronto o un’emozione che facciamo fatica ad affrontare. Non sempre queste motivazioni sono facili da distinguere, e possono anche convivere.
Il digitale dovrebbe aiutarci a superare le distanze, ad avvicinare le generazioni — con i nipoti che insegnano ai nonni, per esempio — e a semplificare alcune attività, restituendoci tempo da dedicare a ciò che conta. La speranza è che questo tempo risparmiato ci permetta di fare esperienza della realtà, con le sue fatiche ma anche con la sua autenticità, vivendo appieno le nostre emozioni e le relazioni interpersonali.
«Tecnologia. L’abilità di organizzare il mondo in modo tale che non siamo costretti a farne l’esperienza.»
— Max Frisch, Homo faber (1957), traduzione libera dal tedesco.
La tecnologia può facilitarci la vita, avvicinarci a chi è lontano e offrirci nuove possibilità, ma non può sostituirsi all’esperienza di vivere. Possiamo essere sempre connessi e, allo stesso tempo, perdere il contatto con ciò che sentiamo, con gli altri e con il momento presente. La sfida è riuscire a usare la tecnologia senza rinunciare a fare esperienza della realtà, con le sue fatiche ma anche con la sua autenticità.
Riferimenti
CNR (2025). Adolescenti ed effetti della rivoluzione comunicativa. Leggi la ricerca.
Censis (2026). 21° Rapporto sulla comunicazione – L’informazione nel mirino. Leggi il rapporto.
Frisch, Max (1957). Homo faber. La frase riportata è una traduzione libera dal tedesco; la formulazione italiana non è stata verificata su una specifica edizione italiana.

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